Da sempre mi affascina il mito di Shangri-La, terra di pace e di silenzio, paradiso mitico dove solo i puri di cuore possono vivere, luogo d’amore e di saggezza dove non esistono sofferenza, vecchiaia, abbandono. Un eden senza tempo e dai mille nomi, alla ricerca del quale si sono cimentati nei secoli esploratori e mistici senza però lasciare una traccia veritiera del sentiero che vi portasse: la maggior parte dei riferimenti lo identificano nelle regioni montuose dell’Eurasia, ma antichi testi indiani rimandano alla valle di Sutlej o all’Himachal Pradesh.
Gli studiosi buddisti contemporanei invece non hanno dubbi: la Shambhala (Shangri-La in sanscrito) si trova nei tratti più estremi dell’Himalaya, sulle montagne Dhauladhar, oppure, per altre correnti, la sua porta d’ingresso sarebbe custodita in un remoto monastero del Tibet. Mi piace pensare che ognuno possa identificare la propria Shangri-La dove sente l’ anima accolta e al sicuro, protetta e stimolata, riportata alla vita.
Il Bhutan è la mia Shambhala. In questo angolo di mondo sospeso tra cielo e terra dove il solo idioma parlato è quello della felicità, il paradiso è più vicino. Il FIL (felicità interna lorda) permea il vissuto, ogni azione o pensiero è volta alla gioia, la cui ricerca è filosofia di vita, sentire collettivo, esigenza interiore. Facile per il viaggiatore sentirsi accolto in questo mondo dove tutto è sorriso, in cui la natura avvolge e coinvolge e le suggestioni appagano ben oltre lo sguardo. Shangri-La è qui, ed è qui che voglio portarvi.

“Mi sono spesso trovata con una valigia da preparare, un cambiamento radicale da affrontare, una nuova dimensione da trovare. Mutamenti di vita e di prospettive da gestire che mi hanno condotto alla mia metamorfosi più autentica: fare dell’esperienza di viaggio una professione.